Effetti della Sentenza della Corte Costituzionale in materia di Imposta sulla Pubblicità

Effetti della Sentenza della Corte Costituzionale in materia di Imposta sulla Pubblicità

Recentemente l’IFEL ha commentato ed analizzato la Sentenza del 30 Gennaio 2018 n.15 della Corte Costituzionale, che è intervenuta in materia di aumento delle tariffe relative alla Tassa sulla Pubblicità, dichiarando la Legittimità Costituzionale del comma 739 della Legge 208/2015 (Legge di Stabilità per il 2016), il quale dispone che “L’articolo 23, comma 7, del decreto-legge 22 giugno 2012, n. 83, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 201, n. 134, nella parte in cui abroga l’articolo 11, comma 10, della legge 27 dicembre 1997, n. 449, relativo alla facoltà dei comuni di aumentare le tariffe dell’imposta comunale sulla pubblicità, ai sensi e per gli effetti dell’articolo 1 della legge 27 luglio 2000, n. 12, si interpreta nel senso che l’abrogazione non ha effetto per i Comuni che si erano già avvalsi di tale facoltà prima della data di entrata in vigore del predetto articolo 23, comma 7, del decreto-legge n. 83 del 2012»

Come è noto, le tariffe base per l’applicazione dell’imposta in commento sono disciplinate dal D.Lgs.507/1993 (lo stesso quadro normativo che ha introdotto la T.O.S.A.P. e la “vecchia” T.R.S.U.), così come riformulato nella sua previsione dal DPCM 16/02/2001, e sono applicate in base alla classe demografica di appartenenza di ciascun Comune: successivamente, in ordine cronologico, è intervenuto in materia l’articolo 11 comma 10 del D.Lgs.449/1997, disponendo prima una possibilità di aumento della tariffa base sino ad un massimo del 20% a decorrere dal 01/01/1998, e del 50% con decorrenza 01/01/2000.

Con l’entrata in vigore del D.L.83/2012, sono sorti numerosi dubbi interpretativi in merito alla legittimità delle maggiorazioni applicate dai Comuni negli anni successivi al 2012, accompagnati da Sentenze giurisprudenziali non univoche: questo il testo del comma 11 dell’articolo 23 che ha creato i dubbi di legittimità “i procedimenti avviati in data anteriore a quella di entrata in vigore del presente decreto-legge sono disciplinati, ai fini della concessione e dell’erogazione delle agevolazioni e comunque fino alla loro definizione, dalle disposizioni delle leggi di cui all’Allegato 1 e dalle norme di semplificazione recate dal presente decreto-legge”.

Con questo confuso quadro normativo, completato dal comma 739 della Legge 208/2015, si è reso necessario l’intervento della Corte Costituzionale, che ha dichiarato inammissibile la questione di legittimità Costituzionale del comma 739 della Legge di Stabilità 2016: ad avviso della Corte questa disposizione normativa sarebbe unicamente finalizzata ad assicurare efficacia alle delibere adottate dagli Enti nell’anno 2012 e fino alla data del 26/06/2012 (data di entrata in vigore della norma di abrogazione).

Dalla lettura della Sentenza, ed anche secondo quanto commentato dall’IFEL, si evince un ulteriore principio, circa la possibilità di applicare, per gli anni successivi al 2012, le tariffe maggiorate, circostanza per la quale il comma 739 della Legge 208/2015 non dispone nulla.

Questo il pensiero dei Giudici in merito “non è corretta l’interpretazione dell’articolo 1, co.739, della legge n.2018 del 2015, secondo cui esso ripristinerebbe retroattivamente la potestà di applicare maggiorazioni alle tariffe per i Comuni che, alla data del 26 giugno 2012, avessero già deliberato in tal senso. La disposizione invece si limita a precisare la salvezza degli aumenti deliberati al 26 giugno 2012, tenuto conto, tra l’altro, che a tale data ai Comuni era stata nuovamente attribuita la facoltà delle maggiorazioni”.

La Corte Costituzionale prosegue inoltre il ragionamento anche con riferimento alla possibilità di conferma esplicita o tacita delle tariffe maggiorate “la possibilità di conferma esplicita o tacita, delle tariffe, consentita da altra disposizione, non potrebbe tuttavia estendersi a maggiorazioni disposte da norme non più vigenti, come aveva sancito la sentenza del Consiglio di Stato, sezione quinta, 22 dicembre 2014, n. 6201, in riferimento all’art. 23, comma 7, del d.l. n. 83 del 2012, ritenendo che anche il potere di conferma, tacita o esplicita, in quanto espressione di potere deliberativo, debba tener conto della legislazione vigente. Dunque, venuta meno la norma che consentiva di apportare maggiorazioni all’imposta, gli atti di proroga tacita di queste avrebbero dovuto ritenersi semplicemente illegittimi, perché non poteva essere prorogata una maggiorazione non più esistente

Soprattutto questo ultimo pensiero dei Giudici si pone in contrasto secondo l’IFEL con una linea nettamente diversa intrapresa dai Comuni, basata sulla portata della norma derogatrice che invece è volta a considerare consolidati anche per le annualità successive al 2012 gli aumenti già deliberati prima della modifica del quadro normativo, come si evince dalla lettura del comma 739 stesso, il quale dispone che “l’abrogazione non ha effetto” per i Comuni che avessero già deliberato gli aumenti prima della data del 26/06/2012.

Si evince dalla nota in commento che il comma 739 è da ritenere equiparabile alle disposizioni normative che hanno previsto il blocco dei tributi comunali, cristallizzando le scelte compiute dagli Enti ad una certa data e che, per tale motivo, non hanno reso necessari contributi statali compensativi: al contrario, una diversa lettura della norma avrebbe determinato necessariamente uno stanziamento statale compensativo, data l’impossibilità di confermare il gettito previsto dalle maggiorazioni deliberate e già inserito nei bilanci.

In ogni caso la Sentenza, sebbene abbia avanzato indicazioni esplicite circa la perimetrazione della portata del comma 739, non può modificarne i contenuti e soprattutto le indicazioni che gli stessi Enti Locali hanno poi tradotto in atti concreti: essa costituisce un rilevante elemento di valutazione che deve necessariamente portare ad un nuovo e sollecito intervento di adeguamento normativo, ma non può portare, in virtù dell’articolo 136 della Costituzione, l’immediata inapplicabilità della norma stessa.

Concludendo, l’IFEL ritiene che i Comuni, anche alla luce di quanto espresso dalla Corte Costituzionale, abbiano legittimamente operato applicando aumenti deliberati prima del 21/06/2012, e prorogati sia esplicitamente sia implicitamente per gli anni successivi.

A fronte delle comprensibili richieste di rimborso avanzate dai contribuenti a far data dall’anno di imposta 2013 in virtù delle maggiorazioni deliberate, è opportuno che gli Enti non notifichino provvedimenti di diniego del rimborso delle somme: questo comportamento, se a prima vista può sembrare inopportuno e poco rispettoso del principio di collaborazione tra Amministrazione e contribuente contenuto, tra l’altro, nella Legge 212/2000 (Statuto dei Diritti del Contribuente), permette invece al contribuente di accedere al “termine lungo” di dieci anni per poter eventualmente impugnare il diniego tacito della restituzione dei tributi.

Questo, si spera, per beneficiare di un intervento normativo chiarificatore e risolutore della vicenda.