Mancata risposta dell’Ente alla richiesta di rimborso: i termini a disposizione del contribuente per proporre il ricorso

Mancata risposta dell’Ente alla richiesta di rimborso: i termini a disposizione del contribuente per proporre il ricorso

Nell’ambito della disciplina IMU non esiste una previsione specifica riguardante i rimborsi dell’imposta eventualmente versata in eccesso da parte del contribuente. La disciplina dei rimborsi deve essere desunta facendo riferimento all’art. 13 c. 13 del DL 201/2011 che dispone il rinvio, tra gli altri, all’art. 9 c. 7 del D.Lgs. 23/2011, che a sua volta opera il rinvio, tra gli altri, all’art. 1 c. 164 della L. 296/06. Medesimo rinvio è operato per la IUC (quindi valido sia per l’IMU che per la TASI) dal c. 701 della L. 147/13.

Secondo il richiamato art. 1 c. 164 della L. 296/06:

“il rimborso delle somme versate e non dovute deve essere richiesto dal contribuente entro il termine di cinque anni dal giorno del versamento, ovvero da quello in cui è stato accertato il diritto alla restituzione. L’ente locale provvede ad effettuare il rimborso entro centottanta giorni dalla data di presentazione dell’istanza”.

Unitamente all’importo della maggior imposta versata e non dovuta, il Comune che dispone il rimborso deve corrispondere gli interessi nella misura prevista per gli atti impositivi; in base a quanto disposto dal comma 165 della L. n.296/2006 gli interessi si applicano per le somme dovute al contribuente a decorrere dalla data dell’eseguito versamento.

Le ipotesi di rimborso sono 2:

  • il primo caso prevede un rimborso i cui termini quinquennali decorrono dalla data in cui è stato effettuato il versamento. Tale termine vale in tutti quei casi dove l’errore era conoscibile sin dal momento in cui tale errore era stato commesso: si pensi ai casi di versamento doppio, oppure ai casi di errore di calcolo dell’imposta (ad esempio per aver applicato un’aliquota errata, una percentuale di titolarità errata, per non aver applicato un’agevolazione oppure un’esenzione);
  • il secondo caso fa decorrere il termine quinquennale dal momento in cui è stato accertato il diritto alla restituzione. Si tratta di situazioni per le quali al momento in cui il versamento è stato effettuato non era possibile conoscere l’errore, ma al contrario la constatazione di aver versato più del dovuto deriva da un evento intervenuto successivamente (ad esempio una sentenza che dispone la rettifica della rendita catastale): da tale momento decorre il termine quinquennale per richiedere il rimborso delle somme versate in eccesso.

Non è raro che I Comuni sforino il termine dei 180 giorni posto per erogare il rimborso, con la conseguenza che, per ottenere soddisfazione alle proprie pretese, il contribuente è chiamato ad adire alla Commissione Tributaria competenza, secondo le regole previste dall’art.19 del D.Lgs. n.546/92. In particolar modo, la lettera d) del comma 1 concede al contribuente la possibilità di proporre ricorso avverso il rifiuto alla restituzione di tributi, sanzioni pecuniarie ed interessi o altri accessori non dovuti.

La norma fa riferimento a due diverse tipologie di diniego:

  • quello espresso (in caso di notifica del provvedimento)
  • e quello tacito (c.d. silenzio-rifiuto) che si realizza in caso di mancata risposta da parte dell’Ente, dopo il decorso di 90 giorni dalla domanda di rimborso.

Per entrambe le ipotesi, ai sensi dell’art.21, D.Lgs. n.546/92, è prevista la possibilità d’impugnazione; occorre però distinguere i termini che risultano essere molto diversi:

  • entro il classico termine di 60 giorni dalla notificazione del provvedimento con il quale viene portato a conoscenza del contribuente il rifiuto espresso,
  • ovvero dopo il novantesimo giorno dalla domanda di restituzione e fino a quando il diritto non sia prescritto nel caso di rigetto che si si formato tramite il silenzio rifiuto.

Successivamente alla formazione del silenzio-rifiuto, il contribuente può proporre ricorso entro il termine di prescrizione; mentre per la generalità dei tributi tale termine è decennale, per i tributi locali la Cassazione si è più volte espressa (Cass 4283/10 e 26013/14) per un termine di prescrizione quinquennale, in base al fatto che l’art. 2948 n. 4 c.c. stabilisce tale termine “per tutto ciò che deve pagarsi ad anno o in termini più brevi”.

Da notare che, trattandosi di termine decadenziale e non prescrizionale, può essere interrotto dal contribuente senza problemi; a tal fine è sufficiente notificare un atto di messa in mora al Comune, oppure reiterare la domanda di rimborso, per far decorrere nuovamente il termine di prescrizione; entrambi (messa in mora o reiterazione della domanda) devono pervenire al Comune prima del decorso dei cinque anni.

Occorre poi chiedersi quale sia il momento preciso da cui decorre il termine di prescrizione, entro cui occorre notificare il ricorso. In base all’art. 2935 c.c. “la prescrizione comincia a decorrere dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere”; pertanto, come più volte affermato anche ad opera della Corte di Cassazione (Cass. 27057/08 e Cass. 16477/04), la prescrizione decorre non dal momento di presentazione della domanda di rimborso, ma dallo spirare dei 90 giorni.

Conseguentemente, i cinque anni decorrono dal novantunesimo giorno successivo alla presentazione della domanda di rimborso.

La natura del termine dei novanta giorni è amministrativa, per cui:

  • il termine non è soggetto alla sospensione feriale (Cass. 28914/08),
  • il ricorso notificato prima della sua formazione è inammissibile, in quanto difetta l’atto impugnabile, rappresentato dal silenzio-rifiuto (Cass. 6724/08 e Cass. 19639/10). In questo caso, qualora successivamente pervenga l’atto di diniego, il contribuente potrebbe notificare un ulteriore ricorso entro i consueti sessanta giorni dalla notifica del diniego espresso, e chiedere la riunione; alternativamente si potrebbe sostenere una tesi interpretativa dell’art. 24 del DLgs. 546/92, sull’integrazione dei motivi di ricorso, introducendo le contestazioni ai motivi enunciati nel diniego espresso.

Diversamente, ove il Comune opponga il diniego espresso decorsi i novanta giorni, per prudenza è bene impugnare entro i consueti sessanta giorni, sebbene il silenzio-rifiuto si sia già formato (sul punto si veda la sentenza della Cassazione 5723 del 23 marzo 2016, riguardante l’IVA, ma la logica riguarda tutti i tributi).

Esempio

Luca Bianchi è proprietario di un fabbricato a destinazione abitativa ubicato nel comune di XXX, acquistato il 10 marzo 2016 divenuto sua abitazione principale il 4 giugno 2016.

Egli ha però versato l’imposta relativa al 2016 per i 10 mesi di possesso applicando l’aliquota ordinaria, anziché applicare l’esenzione.

Ha quindi chiesto il rimborso dell’imposta pagata per il periodo giugno – dicembre 2016, presentando istanza il 14 febbraio 2017; il Comune di XXX ha risposto negativamente il 19 settembre 2018, eccependo la mancanza dei requisiti per applicare l’agevolazione.

Luca Bianchi intende contestare tale decisione: quali sono le modalità ed i termini da rispettare?

 

L’istanza di rimborso era stata presentata il 14 febbraio 2017, quindi il silenzio rifiuto si è formato il novantesimo giorno successivo (15 maggio 2017), attribuendo Luca Bianchi il diritto di presentare il ricorso avverso il silenzio rifiuto entro 5 anni da tale data (quindi entro il 14 maggio 2022). Però, poiché il Comune ha risposto con rifiuto esplicito, seppure tardivamente, il 19 settembre 2018, in base alla tesi sostenuta dalla Cassazione nella sentenza 5723/16, la scadenza entro cui occorre presentare tale ricorso è fissata al sessantesimo giorno successivo quest’ultima data, ossia il 17 novembre 2018.