TASSA RIFIUTI: equiparazione tra case e alberghi

TASSA RIFIUTI: equiparazione tra case e alberghi

La Corte di Cassazione con la sentenza n.14272 dell’8 luglio scorso, ha stabilito due principi secondo i quali i rifiuti prodotti dalle strutture ricettive e quelli prodotti dalle abitazioni private non sono equiparabili e che non vi è obbligo motivazionale in ambito di delibera comunale per la determinazione delle tariffe.

La vicenda trae origine dalla richiesta di rimborso avanzata da una Società ad un comune pugliese per la tassa sui rifiuti versata dal 2007 al 2012 motivando la richiesta con la possibilità di equiparare la produzione di rifiuti delle strutture ricettive a quelle abitative private. I giudici di primo grado avevano respinto il ricorso del contribuente avallando la differenziazione della tariffa sui rifiuti in funzione della potenzialità di ciascun tipo di attività. Di diverso avviso i giudici regionali che avevano riformato il giudizio di primo grado disapplicando le deliberazioni comunali sulla Tarsu in ragione dell’equiparabilità dei minialloggi e delle poche stanze di albergo nell’ambito del villaggio turistico alle normali case di abitazione sul piano della capacità di produrre rifiuti, come era stato fatto con il regolamento comunale in tema di Tari. Da qui, il ricorso in Cassazione da parte del comune pugliese.

I Giudici della Suprema Corte hanno chiarito che, in tema di Tarsu, nonostante ai comuni venga lasciata ampia discrezionalità regolamentare potendo quindi, al limite, anche accomunare gli alberghi alle abitazioni private, ciò non significa che la classificazione debba necessariamente essere omogenea per abitazioni ed alberghi ritenendo legittima una eventuale differenza, anche se molto marcata. Si legge nella sentenza “per quanto riguarda la differenziazione tra categorie di detentori, la stessa deve ritenersi ammessa, purché non venga fatto carico ad alcuni di costi manifestamente non commisurati ai volumi o alla natura dei rifiuti da essi producibili”.

Sull’obbligo motivazionale della delibera comunale di determinazione delle tariffe, i Giudici hanno ribadito che “non è configurabile alcun obbligo di motivazione poiché la stessa, al pari di qualsiasi atto amministrativo a contenuto generale o collettivo, si rivolge ad una pluralità indistinta, anche se determinabile ex post, di destinatari, occupanti o detentori, attuali o futuri, di locali ed aree tassabili”.

In ultima analisi la Corte ha poi stabilito che la possibilità da parte di un giudice tributario di disapplicare un regolamento comunale, deve essere motivata da evidenti vizi di legittimità dell’atto e non alla contestazione della validità dei criteri seguiti dal comune nell’adottare la delibera poiché sussiste, nella sfera degli atti regolamentari dei comuni, uno spazio di discrezionalità insindacabile in sede giudiziaria.